Cosa ho imparato scrivendo un romanzo

Cosa ho imparato scrivendo un romanzo

Cosa ho imparato scrivendo un romanzo?

Rispondere a questa domanda mi risulta difficile, anche perché ritengo di non aver imparato nulla se non il mettere per iscritto ciò che già io possedevo.

La difficoltà è stata trovare il coraggio di scrivere ciò che la mia mente fantasiosa elaborava tutti i giorni, soprattutto le notti, facendomi vivere tutte le mie storie in totale solitudine.

Varie coincidenze lavorative e personali mi han portato col tempo a chiedermi il perché le mie fantasie dovessero restare davvero solo mie. Come se dentro di me ipotizzassi che non valesse la pena espormi, quasi che le mie storie potessero ridicolizzarmi o farmi apparire presuntuoso al mondo, non avendo titoli o scuole che mi avessero preparato a inventare belle storie.

Eppure, Neko, il mio primo romanzo è piaciuto davvero a tutti, almeno così dicono. E ha pure vinto un premio internazionale. Me lo avessero detto venti anni fa mi sarei fatto una grossa risata.

Come ho iniziato a scrivere

Quando è davvero scattata la molla che mi ha dato il coraggio di scrivere?

La nascita di mio figlio Riccardo. Ai tempi vivevamo in una casa isolata in campagna con un ettaro di terreno dedicato agli ulivi. E lì mio figlio ha iniziato a camminare, a incontrare diversi animali, a me serviva qualcosa per potergli ricordare un giorno la sua infanzia e il paradiso dove era cresciuto.

Ed è così che, invece di concentrarmi su salvare fotografie della sua infanzia o altri ricordi che tutti i bimbi (o meglio, i genitori) si tengono cari, ho deciso di inventarmi un Fantasy dove casa, personaggi, animali erano realmente appartenuti alla sua crescita. Solo un modo diverso di potergli un giorno mostrare  da dove il suo cammino era iniziato.

E così è nato il mio primo romanzo, uscirà l’anno prossimo, ma per adesso non voglio svelarvi nulla, nemmeno il titolo… Continuate a seguirmi, iscrivetevi alla newsletter e ne saprete di più!

Ovviamente non posso affermare che la scrittura di questo testo non mi abbia insegnato nulla. Soprattutto ho imparato il come riportare nella vita reale, anche se in forma di scrittura, tutte le mie fantasie romanzate.

E a dirla tutta, mai me lo sarei aspettato, il tutto è stato naturale e più facile del previsto. Non è che mi sia dovuto sforzare molto, tanto per i personaggi che per le storie, al momento che mi mettevo a scriverle, nascevano, non dico affatto che uscivano, realmente nascevano mentre scrivevo.

Il processo di creazione di un romanzo

Computer, libro, quaderno, scrivere un romanzo

Spesso mi son ritrovato ad accendere il computer, aprire il documento senza aver la più pallida idea di cosa avrei scritto. Dopo poche ore mi ritrovavo magari a rileggere venti pagine o un capitolo nuovo. Intendo dire, non sono a conoscenza se questa sia solo una mia caratteristica, che mai ho iniziato anche una sola pagina conoscendo già come si sarebbe conclusa.  Come se una vaga idea si sviluppasse solo scrivendola. Spesso, magari nelle notti insonni, ho anche provato a immaginare o decidere cosa avrei scritto o come sarebbe proseguita una storia. O non mi veniva in mente assolutamente nulla, o puntualmente scrivevo trame totalmente diverse da quelle che mi ero proposto.

Lo stesso discorso poi vale per i personaggi. Però devo confessare che a volte, per descrivere caratterialmente un personaggio, ho preso spunto da persone realmente esistenti o esistite nella mia vita.

Parlo naturalmente solo del modo di fare o di parlare. In Neko, Alessio sono realmente io, Elena è mia moglie, Sharon una mia grande amica e per Boris mi sono ispirato a un mio ex datore di lavoro. Ovvio che nessuno di questi ha mai fatto guerre stellari, mai è andato sulla Luna e mai ha dato battaglia a delinquenti. Però quei caratteri, in quei personaggi, hanno funzionato.

E questo mi ha permesso di riuscire a creare dei romanzi dove ogni personaggio ha le proprie caratteristiche caratteriali ed emotive , non si confonde con gli altri.

Onestamente, spesso mi son capitati romanzi dove i personaggi parlano tutti nello stesso modo, tanto che a volte non capisci chi stia parlando.

Nei miei romanzi, lo dice chi li ha letti, non serve neanche specificare chi abbia preso la parola, lo capisci da quel che dice e soprattutto come lo dice.

La grande lezione che ho imparato

Però, affermare che non abbia imparato nulla sarebbe disonesto. Scrivere correttamente, e intendo riuscire a riportare i messaggi corretti dei personaggi, è qualcosa che ho dovuto imparare. Come ho dovuto imparare a sistemare poi quello che scrivevo. A volte per me era tutto chiarissimo avendolo scritto io, ma per chi leggeva molte affermazioni risultavano insignificanti o non comprensibili.

Per prima mi è venuta incontro mia moglie dalla quale ho davvero succhiato ogni sua conoscenza possibile. Poi l’editor della mia casa editrice, Marcello che mi ha insegnato molti trucchetti della narrazione.

In quello ero carente in quanto, dopo venti anni di tecnico informatico, io avevo un modo di scrivere da manualistica, controllata e ordinata.

In quel lavoro, io mi limitavo a spiegare con la scrittura solo il funzionamento di qualcosa creato da altri. Nei romanzi, tu lo inventi e tu devi metterti nelle condizioni di piacere.

Un romanzo, una storia, di qualsiasi genere, mai e poi mai sarà un manuale, non deve esserlo, perderebbe il fascino della creatività.

Spesso mi dicono che scrivo troppo, che devo ridurre, quasi comprimere le mie storie. In effetti Neko supera le 500 pagine e Il Cuore dei Cuccioli, il seguito di Neko, arriva a 400.

E tutti a dirmi che di questi tempi la gente vuole libri corti, da finire subito, non ha il tempo di imbarcarsi in 500 pagine di romanzo, è fuori mercato.

Onestamente del mercato a me importa ben poco. Scrivo perché mi piace, mi diverte e io non sono in grado di zippare i personaggi o i contesti in cui si svolgono le mie fantasie.

Quindi rassegnatevi, cari lettori, io non comprimo nulla, e i complimenti che più ho ricevuto sono stati su questa mia caratteristica di essere esaustivo nelle storie e, soprattutto, che la chiara e magari lunga descrizione porta i lettori a comprendere, senza ritrovarsi in punti dove pare di essersi persi dei pezzi. Capita anche a me spesso di leggere libri corti – io li definisco zippati – quasi non si vedesse l’ora di concluderli. Ma poi mancano pezzi, salti tra contesti poco chiari, inspiegabili, leggendo si percepisce chiaramente che mancano delle spiegazioni fondamentali nella narrazione.

Cosa si prova a rileggere il proprio romanzo

Le storie contano

A volte, veramente spesso, mi capita di rileggere parti dei miei romanzi e frequentemente rimango quasi sbigottito io stesso da quello che leggo. Dentro di me, la paura di non essere all’altezza di raccontare storie inventate da me, non è mai passata. E quasi non credo che certe storie le abbia scritte davvero io. Soprattutto sono sensazioni molto emozionanti durante le presentazioni, dove vengono lette parti del libro, con sfondo Jazz naturalmente, e io arrivo ad entrare nei panni di un lettore: “Che bello, ma chi l’ha scritto? Ma è davvero bravo questo!”. Poi, di solito Marcello o mia moglie mi riportano in questa dimensione ricordandomi che di quei danni ne sono l’unico responsabile.

Non è che abbia grandi conclusioni per questo articolo, mantengo il mio basso profilo nel quale ci sguazzo da impazzire e non ho né consigli, né tantomeno insegnamenti da riportare ai posteri per queste mie esperienze.

Chi vuole provare a raccontare le proprie storie, lo faccia e basta, senza soprattutto lasciarsi influenzare  da chi ritiene di aver la verità su tutto. Lasciarsi guidare troppo da chi dice di essere del mestiere, vi leverà la vostra identità, trasformerà le vostre fantasie in qualcosa di desiderato da chi non è in grado di averle, tanto meno trasmetterle.

Siate sempre voi stessi anche in questo o arriverete al punto di leggere un vostro romanzo e non riconoscerne all’interno la vostra essenza.

Cosa ho imparato scrivendo un romanzo

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